“égalité”

Siamo tutti uguali, vero? Neanche da chiedere: è cosa nota. Chi potrebbe mai sospettare che non sia così? Sta scritto ovunque, lo dice chiunque, nessuno osa metterlo in dubbio. E allora questo sistema democratico lo provi a sé stesso, ce lo provi definitivamente, che siamo perfettamente uguali, se vuole che gli crediamo anche noi, i suoi ultimi critici. Ci sottragga ogni argomento contrario. Come? Facile. Facilissimo. Vari una legge che impone lo scambio dei figli alla nascita. Non sarà poi così grave – come dice Piccolo Riccio – se invece del frutto legittimo del tuo ventre, del neonato che ha le stesse tue sopracciglia, ti porti a casa dall’ospedale quello della vicina di letto… Tanto l’aspetto fisico non conta ed è poi l’educazione che li forma, i bambini – così dicono… Sarà la vicinanza con te a dargli l’impronta, non il patrimonio genetico, che non è il caso nemmeno di rievocare, tanto sa, infatti, di razzismo biologico e di larvato nazismo… Coraggio, siamo coerenti per davvero, fratelli! Dimostriamoci finalmente liberi dalla caligine della superbia: scambiamoci i figli nelle culle! Portiamolo fino in fondo alla caverna della storia il beato lume de la Révolution!

http://www.cultrura.net/site/2009/07/04/egalite/

Le verità terribili

Vanno invocate come un farmaco, in ogni tempo, in ogni luogo, le verità terribili. Soprattutto quando si esce da una riunione, da una conferenza, da una presentazione libraria, dalle sale di un cinema – dove la contiguità dei molti costringe a banalizzazioni, infingimenti e ottusità tali da non potersi più sopportare. Che qualcuno le dica, le dica sempre, come hanno fatto Nietzsche, George, Michelstaedter, i cattivi ragazzi di “Lacerba”, Spengler, Céline, Gómez Dávila e Caraco. E mille altri (no, forse di meno, ma i migliori), di nascosto dalla storia. E prima di loro Dioniso, il Dio dello sgomento e della rivelazione che atterrisce. Non il Dio dell’inquietudine, bestia moderna, male oscuro che fa impiccare le attricette. Dioniso, il Dio barbarico della forza devastante, delle verità biologiche, immorali, antimorali, superiori e intime all’uomo, che definiscono la sua natura.

Sarà chi si fa voce e boccaglio di queste verità il vero operatore del bene, non chi predica di tolleranza universale e di non aggressione, di permeabilità e di condivisione. Ne stanno morendo ogni giorno di bontà fasulla, di psicofarmaci, di alcol, di disperate sigarette e sconsiderato divertissement, più di quanti mai siano morti nelle azioni di guerra. Prima o poi (prima che le benzodiazepine, come cavallini berberi distorti in un incubo, ci portino via), il diritto andrà riformato, rivoluzione necessaria in philosophicis: e un capitolo essenziale da scrivere sarà quello che darà onorata cittadinanza alle verità terribili.

http://www.cultrura.net/site/2009/07/02/le-verita-terribili/

Ahmadinejad è un grande

Uno che si ritrovi ad avere tutto il mondo contro (questo mondo!) già perciò merita della benevolenza. Se poi se lo inimica, questo mondo, perché è fiero, deciso, intransigente, sprezzante, sarcastico, antiretorico, perché, preposto alla funzione di governare il proprio Stato, vuole farlo fino in fondo, senza rendere conto a nessun pomposo impiccione, oh, non ci sono davvero parole per descriverne la seduzione, l’impressione di meraviglioso che suscita! Questo Persiano in piedi tra i lenoni delle democrazie, tra i ‘protettori’ dei popoli, criticato dagli insulsi ministri, tutti sorrisi e pacchette sulle spalle, della modernità ‘aperta’, avverso al ‘Melanio’ d’oltreoceano e alla sua disgustosa ipocrisia nostrista: oggi pare il Colosso di Rodi. E’ uno spettacolo! E’ perfino erotico! A differenza delle maestrine globali che lo disapprovano, Ahmadinejad non avrebbe certo bisogno di pagarli i buoni uffici di Venere…

http://www.cultrura.net/site/2009/06/26/ahmadinejad-e-un-grande/

 

“L’odore di cose divine mette in fuga il mondo”

Mugola Bernard-Henry Levy, “noto filosofo e intellettuale francese” (sic sul Corsera), dal cognome evidentemente ‘partigiano’, riferendosi ai detti recenti del Presidente iraniano: “quel mélange di culto della forza e di ossessione della purezza altro non è: fascismo.” E finalmente ci riporta alla miglior anima del regime mussoliniano, quella taciuta e dissimulata dalla racaille sociale (tutta tesa ad addomesticare, a proprio uso e consumo, anche la migliore eresia politica del Novecento). E soffia sul fuoco della nostra passione per il fiero presidente Ahmadinejad, che solo al suo Dio vuole dar confidenza.

Levy passa per filosofo, sia pure nuovo. Ebbene, si analizzino filosoficamente le sue parole. Due idee, forza e purezza, gli sembrano rappresentare i contrassegni distintivi del fascismo. Lasciamo stare se si tratti di culto o di ossessione. Di là dalla deriva dei punti di vista, il fine del fascismo si sintetizzerebbe dunque in un’endiadi meravigliosa: forza e purezza. Ebbene, chi può sollevare obiezioni a un regime che fosse la semplice celebrazione di forza e purezza? Quali più alti ideali si dovrebbero inseguire? O è proprio la loro altezza l’obiezione necessaria?… Sennò, che pretesti escogitare per una critica? Perché se per la forza (che, tuttavia, è l’energia stessa della vita) si può dire che tenda a degenerare in arroganza, contro la purezza non esistono davvero argomenti filosoficamente decorosi. La purezza è l’idea delle idee – è ciò che è chiaro e distinto (ciò che è logica) – è ciò che è magnanimo e disinteressato (ciò che è onore) – è ciò che è privo di difetto, di guasto (ciò che è bellezza) – è ciò che eleva e mette le ali (ciò che è sapienza) – ciò che colma il cuore e lo infiora (ciò che è amore). La purezza copre e sintetizza tutto lo spettro dell’eccellenza umana e aumana, interiore ed esteriore, frutto di sottrazione ascetica o di lussureggiante tripudio. La sua unica colpa è quella di parlare una lingua lontana dal cicaleccio mondano, di cui non si può fare spaccio, che non si volge in moneta, che non fa gola al mercato globale e ai suoi avventori (disperatamente orfani dell’avventura). “L’odore di cose divine mette in fuga il mondo.”

http://www.cultrura.net/site/2009/06/27/lodore-di-cose-divine-mette-in-fuga-il-mondo/

 

Intanto di là dall’oceano…

…il solito nauseante sfoggio di patetismi nostristi, di democratica ipocrisia, di menzogne ruffiane, l’accattonaggio del plauso della maggioranza tramite gli argomenti e i pretesti più meschini. Consoliamola e illudiamola, questa turba di infelici, di falliti, di obesi, di etilisti, di repressi, di depressi, di strabici, di malati, di traditi e traditori, di attanagliati dai rimorsi e soprattutto dai rimpianti, di drogati, di pavidi cronici, di mediocri in tutto, di schiavi del capoufficio, di puttane senza compenso, di ricchi rosi dall’avidità e dalla taccagneria, di celebrità coi nervi a pezzi, di uomini e donne della porta accanto con la forfora e le vene varicose, di invalidi civili, di zelanti netturbini e professori coi paraocchi, di umanitaristi poco inclini all’uso del sapone, di ribelli attenti a non esagerare e di sbirri con l’anima in ceppi, di poeti che sbrodolano parole e di pittori che colano colore. Consoliamola e facciamole sentire che l’unico assoluto residuo e universale è la colpa, è l’angustia; che la democrazia è davvero il sistema che contempla e culla questa angustia collettiva, questa sfiga inguaribile, di tutti, che non discrimina: dove si soffre insieme, presidenti e disoccupati, senza scampo e senza orgoglio. Non il sidereo dolore leopardiano, ma quello della donna rampante cui, all’apice della carriera, crepa il figlio vestito di latex, nel corso di un giochino sadomaso.

Per intonarsi al ‘coro’, il presidente degli Stati Uniti, l’inquilino dell’Air Force One e di quel bugigattolo della Casa Bianca, nel giorno di plastica della Festa del papà, ha pensato bene di chiedere scusa alle due figlie, semi-adolescenti, per il fatto di essere stato un padre poco presente. Sì, sì: se ne pente e se ne duole, lui, il protettore del mondo, con le due piccole protettrici. E’ angustiato dalle possibili mancanze verso i suoi fragili, imbelli virgulti, oppressi dai bodyguard e dal tesoretto di famiglia. Teme di non esserci stato nei loro momenti di necessità: come il negoziante con il mutuo da pagare, la madre che lavora perché occorre un altro stipendio, l’operaio del turno di notte, il manager sballottato dai padroni ai quattro angoli del mondo, la lettrice di settimanali rosa sulla rubrica di lettere dei lettori. E costoro gli crederanno…

Il girone osceno dei ruffiani ha già un posto prenotato. Quello degli ignavi, invece, dà ormai il tutto esaurito.

 http://www.cultrura.net/site/2009/06/29/intanto-di-la-dalloceano/

(P)Ossessione

 

Non passa giorno senza che, sui giornali o in televisione, in edicola o in libreria, o in qualche sudaticcia e assonnata aula magna scolastica, si parli dei fascismi. “Ricordare per non ripetere” è lo slogan dietro cui si dissimula una ben più prosaica verità, scoperta sul fatto, al solito, da Nietzsche: “chi perseguita seguita”. Chi non riesce a distogliere l’attenzione da ciò che chiama “il male assoluto” ne è evidentemente attratto, ammaliato controvoglia, catturato (come quei balordi, ridicoli esperti di serial-killer, che ne condividono le vocazioni oscene ma non il coraggio). Non si spiega, altrimenti, la costanza della cura – in questo mondo, poi, in cui solo l’impermanenza pare avere cittadinanza. Ogni giorno si contano i morti dell’ultima guerra mondiale, naturalmente al rialzo. Ogni giorno si sperano nuove scoperte intorno ai flirt hitleriani. Ogni giorno si mormora, disperata preghiera: lui, il Signore dell’Europa mitica e, per qualche stagione, di quella storica, non era che un pazzo, un malato. Ogni giorno si sottraggono al giorno alcuni minuti, per piangere la crudeltà terribile della storia prossima.

Ma cos’è che tanto piace, che tanto attrae, che tanto soggioga e avvince, dei fascismi? Non certo il male presunto, di cui questo tempo meschino e mortifero e malato (di mente, di cuore, di impotenza) detiene l’indubbio monopolio. Non certo l’orrido: per cui basta e avanza lo spettacolo di una qualunque fumigante macelleria del sabato sera. Non il perverso e l’oscuro: ai pronipoti di quei cadaveri in anticipo sull’ora che scelsero di professare la propria fede sotto terra, strisciando nelle catacombe, impallidendo tra vermi e larve di vermi, non occorrono certo i fascismi per conoscere la privazione della luce. Cos’è che piace, allora, che cosa desiderano dai fascismi e nei fascismi?

Potenza e libertà – con l’aggravante della vocazione alla bellezza. Coraggio e schiettezza, che sono consanguinei. Purezza e ordine, che sono sinonimi. Scandalose endiadi che sintetizzano le migliori virtù etiche ed estetiche. E poi la passione, l’entusiasmo del trionfo, del monumentale, del grande. Troppo, veramente troppo, per quei cadaveri in anticipo sull’ora che si comunicano la propria anima sventurata attraverso le gazzette o via satellite. Ma troppo anche – ahiloro! – per non struggersi di desiderio.

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5 marzo 2009

Violenza ieri, violenza oggi: è solo questione di misure

 

Ieri sera, intorno alla mezzanotte, quando balenano i fantasmi e stridono i rapaci notturni, e innumerevoli ‘giusti’, per dormire, ricorrono alle più improbabili benzodiazepine, e alcune donne, come è noto, “han voglia di far la pipì”, passando davanti al televisore si vedeva il buon Telese che parlava di violenze. La violenza sociale di ieri, in bianco e nero, scandita intorno alla rabbia proletaria, ritmata dai canti popolari contro il padrone tiranno, ridda di molotov sulla polizia e striscioni para-culturali. La violenza individuale di oggi, nei colori vividi del digitale, ormai del tutto priva di scusanti politiche, di moventi ideologici, priva perfino dello scrupolo di cercarne, fatta di bullismi, sassaiole gratuite, stupri, esibizioni di arsenali privati e virtuosismi balistici su You Tube. L’esausto Telese chiosava, dopo breve computo aritmetico: molto meglio oggi. I morti sono calati. Il tifo da stadio è un ottimo espediente per far sfogare la violenza in maniera contenuta e controllata.

Ma la conclusione da trarre è un’altra (e – con tutto rispetto – ci vorrebbe Eraclito, più che Telese). Regolamentata o politicizzata, repressa o dissimulata, la violenza è intima alla natura umana. E’ una costante insopprimibile di essa. E allora: forse ieri non c’era tutta questa spinta politica verace, dietro. Allora, forse, la politica era un pretesto. Forse gli ideali urlati a squarciagola nelle piazze erano ipocriti specchietti per le allodole. E la giustizia sociale non altro che un nome in codice dell’odio. E il sol dell’avvenire niente più che un dolce miraggio di copertura. E i vari collettivi un’orgetta comunitaria in cui stropicciarsi l’uno sull’altro (per esorcizzare: la morte? Macché: la sfiga…). E i cineforum idem. E il teatro d’avanguardia un ricamo sul velo di Maya, vagamente sudicio. E forse l’unica violenza onesta, il vero nichilismo assoluto, antimorale, schietto, senza infingimenti, senza slealtà, l’unica lealtà: era altrove. E forse quella non era semplice violenza, ma la passione transitoria in cui si esprimeva non l’odio, non la rabbia, non la nausea, non l’insonnia e la nevrosi, non la depressione, ma “nuestro apetito de lo grande”*. “La nostra voglia di cose grandi”. Più che di giusto o di ingiusto, è sempre questione di misure: di meschinità o di grandezza.

*“Vivere in mezzo ad anime meschine esaspera in passione la nostra voglia di cose grandi.” (da Nicolàs Gòmez Dàvila, Pensieri antimoderni, Ar, 2007)

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Violenza ieri, violenza oggi: è solo questione di misure

14 marzo 2009

Sconfitta

Sconfitta? Ma quale? Chi può sentenziare, oggi – oggi! – di aver vinto sui fascismi, di averli sconfitti? Se sconfitti, qua, sono tutti, stravolti dal loro stesso presuntuoso ideale (moda e morale): uomini, donne, vecchi e bambini, tutti, senza speranza. Tutti i figli, i nipoti, i cugini, i rampolli adottivi di quelli che, nel contesto di un secolo impudente, vigliacco, meschino, ipocrita, hanno bandito i fascismi dai fasti europei, in nome e per conto del tempo (ci pensassero a che cosa significa il tempo ‘umano’: intrigo e confusione dell’idea, millanteria contro l’essenza…). Il Novecento, secolo di equivoco gusto, ha deciso di farcire così i breviari di pubblica istruzione messi in mano ai suoi giovanotti scolarizzati e ai tanti vacui amatori delle storie. Nel 1945, i fascismi sarebbero stati schiacciati dalla riscossa di umanitarismo e democrazia, a opera degli americani – dei loro pirotecnici neutroni, dal loro idrogeno filantropico -, e di tutte le nazioni popolate da bipedi di buon cuore. Fine della barbarie: inizio dell’era degli spot e delle tribune elettorali.

La vediamo, la nuova era. Ce l’abbiamo costantemente di fronte, dall’asilo al seggio, dall’emeroteca ai tribunali, alle aule dove si gioca alla politica. Vediamo le facce, le pieghe sugnose, la pupilla agonizzante dei campioni di oggi. Leggiamo i guaiti e i balbettii dei pensatori di oggi. Assistiamo, con pietoso distacco, alle convulsioni di questo homo democraticus, labile, frale, frollo, spaurito nel nulla della propria insolenza, che credette di emanciparsi dal mito senza smarrire sé stesso. Comprare, vendere, farsi comprare, riuscire a vendersi: e poi, di soppiatto, sfregarsi contro qualche ventre foresto, ma senza impegno, così come viene. Figliare per inerzia, come per inerzia si obbedisce al capoufficio e si allestisce la transumanza delle ferie. Trista tristezza dei buoni e dei bravi: incapaci di sognare, di volere, di amare. Costretti nell’angustia delle convenzioni morali, dilapidati in bavette di generosità, impoveriti da questa centrifuga di sentimenti e mire che è la modernità. Persone che non saprebbero mai dare una forma, una sintesi, un centro, un cuore, alle proprie vocazioni, individui resi fantasmatici dalle loro inevitabili aporie e tensioni antitetiche. Chi, se non loro, gli sconfitti? Sconfitti in perpetuo, da quando ciabattano grevi per casa di primo mattino a quando rientrano a casa all’ora del tg la sera, quando ingollano cocktail e quando scivolano sulle nevi, quando visitano zoo e musei, quando attraversano le corsie dei supermercati e quando, per ‘farlo strano’, si imboscano tra le orchidee della foresta amazzonica.

Oh, se sono loro quelli che hanno sconfitto i fascismi! Gli Dei si scompisciano per il gran ridere: capaci come sono di ridere per millenni e così acutamente da non poter essere uditi. Omero si rattrappisce sugli scaffali delle loro biblioteche, si fa piccino, preferirebbe sparire mangiato da una tarma argentea piuttosto che farsi toccare dai loro zelanti polpastrelli progressivi. Così, sono spariti i fascismi. Sono scivolati via dal tempo, da un tempo troppo meschino per potersi ‘redimere’ in epopea, per poter sopportare l’epopea. La peggior vendetta dei capi dei fascismi è stata andarsene (dopo aver incarnato l’idea del trionfo e aver tentato il mondo), e lasciarli tutti orfani, i bravi e i buoni, alle loro parrocchie, ai loro salotti, alle loro piazze, ai loro studi televisivi, alle loro spiagge ottuse. Andarsene trascinando con sé potenza e bellezza, mito e regalità, decenza ed entusiasmo. Restate pure, “pii bovi”, aggrappatevi ai vostri pochi decenni di respiro cosciente e opinante. Il pascolo mondano è vostro. Brucatevi il secolo, mandrie-locuste, fino a raschiarvi il palato con la sabbia del deserto che resta. Fate figli, fate figli, gli schiavi del futuro. Schiavi del fumo, dell’alcol, dell’auto, del capoufficio tiranno, della tessera del bancomat, delle tasse, del codice civile e penale, delle graduatorie per l’assegnazione degli asili nido, delle assistenti sociali e degli psicologi se avranno la disgrazia di inciamparvi sopra. E dei libri di storia che professori stempiati e con il ventre molle faranno loro ingurgitare e vomitare a comando. Figliate, moderni, felici di aver contribuito a diffondere uguaglianza e fraternità nel secolo. Progredite, progredite, fratelli in vanità (“vanitas vanitatum” – rantolano i vostri preti, ingrassati dalle vostre sudate e digrignanti tasse). Non ponete limiti alla vanità possibile. E, per consolarvi, per non farcire di arsenico la merenda dei vostri figli (unica vera manifestazione di lucidità e realismo), raccontatevi che qualche decennio fa la barbarie aveva fatto irruzione nel recinto d’Europa e voi, i vostri padri, i vostri nonni ormai paralitici, l’avete sconfitta. Raccontatevi che il signor Adolf Hitler era un pittore fallito. Che i kamikaze giapponesi spiumavano le ali dei vostri angeli custodi. Che avete scampato il pericolo, bestie fortunate.

Non morirete in guerra: questo è certo. Creperete con il conforto della mutua, dopo aver fluttuato inebetiti per qualche anno al braccio della badante moldava. Vi spappolerete il fegato con le pillole contro il mal di testa e i nervi con gli psicofarmaci. Vi romperete l’osso del collo sciando. Vi romperete (con decenza parlando) le palle a scuola e al lavoro, ai colloqui con gli insegnanti e in campagna elettorale. E, da lontano, la “grosse Halle” e il “Triumphbogen”, rappresentati con nitore e rigore dalla mano generosa di Hitler, resteranno, scavalcheranno il secolo, scavalcheranno voi (ma è poca cosa): sprezzanti, alteri, intatti. Solo ciò che è compromesso con moda e morale può conoscere la sconfitta e la decomposizione (perché fidare in moda e morale significa, ontologicamente, fare della propria vita il preludio alla propria morte, futuro di tutti i presenti, progresso di tutti gli attimi). Non ciò che è germinato dal mito e nel mito, contro il tempo e contro la storia, come un’estasi. Anche se in bianco e nero soltanto. Un giorno il cielo avrà la tentazione di fare irruzione nell’idea divinata e schizzata sulla carta del tempo – è ciò che si usa chiamare pomposamente, ma necessariamente, destino. E voi sarete diventati ciò che siete, per quel giorno, il tempo vi avrà già decomposti, e non potrete nemmeno mangiarvi le mani per la rabbia, o bestemmiare di disperazione il poco che siete stati e il moltissimo che avete tradito.

Per la nuova, straordinaria edizione de “La battaglia di Berlino. Ultime conferenze militari” di Adolf Hitler, appena uscita dai torchi di Ar, intendo rivolgere un inchino alla maestria di Franco Luppino e Curzio Vivarelli, che sono riusciti davvero a tradurre il mito in miraggio (basta la bellezza di copertina e controcopertina per sorridere di delizia). E all’Editore, ma ça va sans dire.

24 gennaio 2009

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Ordine Dorico

“Lo stile dorico è stile di una vita chiara e dominata, libera da passioni disordinate e da vane agitazioni: ‘contenente in magnifica misura la smisuratezza stessa dell’infinito’. Il vero elemento dorico ha sempre qualcosa di ‘elementare’, perfino di ‘barbarico’: esso presuppone che il contatto con l’originario non sia interrotto, mentre il limite, la forma vi esprimono la potenza di una vita piena, di una vita che domina sé stessa e che nella sua intensità e purezza si tiene lontana da tutto ciò che è psicologismo e soggettivismo. In un temperamento dorico, la tenuta dell’anima ha il tono di una impersonalità attiva, nemica di tutto ciò che è accessorio, contingente, inessenziale – ornato. Qui vale l’opera, e non il ‘creatore’, l’azione, e non l’autore: qui vale il monumentale, e non l’espressionistico, il lirico e l’umanistico; qui vale ciò che si esprime con la grande voce delle stesse cose, e non quel che procede da una abilità artificiosa e industriosa o da una disordinata genialità. Qui la disciplina è un valore. La fermezza e la calma dignità sono un valore. La legge, ferma e inattenuata, è un valore. Al limite, è un valore l’ideale olimpico, quello di una chiarità, di una sovranità e di un ordine, o cosmos, che ha risolto il caos e che sovrasta l’elemento puramente umano.” (Julius Evola, I testi del Roma, pp.537-538; di imminente uscita per i tipi di Ar)

31 ottobre 2008

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Moeller van den Bruck: un ribelle conservatore

Quel Terzo Regno del socialismo nazionale europeo

 

 

 

 

 

Nato nel 1876 a Solingen, Arthur Moeller van den Bruck passò la gioventù a Düsseldorf, dove manifestò un carattere introverso ma anche ribelle. Ben presto iniziò una vita da bohémien, prima a Erfurt, poi a Lipsia, dove si iscrisse all’Università, senza completarla. Spirito autodidatta, si formò sui classici del pangermanesimo culturale, Langbehn, H. S. Chamberlain, Gobineau. Nel 1896 è a Berlino, dove entra in contatto con Rudolf Steiner, August Strindberg e il pittore völkisch Fidus. Nel 1902, sfuggendo alla chiamata alla leva, abbandonò la giovane moglie incinta e si recò a Parigi, dove frequentò tra gli altri il pittore norvegese Edvard Munch e il letterato simbolista russo Dimitri Merezkowskij, che gli fece conoscere e amare Dostoewskij. Nel 1906 venne a Firenze in compagnia del poeta Theodor Däubler, con cui compose il poema epico Nordlicht (Aurora boreale), e dello scultore espressionista Ernst Barlach, che poi diventerà nazionalsocialista. Dal 1904 al 1910 scrisse l’opera enciclopedica Die Deutschen (I Tedeschi) un ritratto dei maggiori geni della cultura tedesca, che ebbe non poca influenza sul circolo di Stefan George. Dal 1906 iniziò la traduzione delle opere complete di Dostoewskij. Tornato nel 1907 a Berlino e risposatosi, intraprese una vita di viaggi e collaborazioni a riviste, tra cui la conservatrice Die Tat. Nel 1913 pubblicò Die italienische Schönheit (La bellezza italiana), in cui emerse la sua preparazione artistica.

 Arruolatosi volontario nel 1914, dopo un periodo al fronte orientale, venne assegnato all’Ufficio Propaganda dell’esercito, dove collaborò con Friedrich Gundolf, Hans Grimm e Börries von Münchhausen, il primo un seguace di George, gli altri due intellettuali che diventeranno noti sotto il regime nazionalsocialista. Nel 1916 Moeller pubblicò Der prussische Stil (Lo stile prussiano) e, dopo la disfatta, nel giugno 1919 lo troviamo tra i fondatori dello Juniklub, sodalizio nazionalconservatore di Berlino, e di Gewissen, rivista del radicalismo nazionale. Del 1919 è il suo libro politico Das Recht der jungen Völker (Il diritto dei popoli giovani), mentre alcune fonti danno per certo un suo incontro con Hitler nel 1922, presso lo Juniklub. Due anni dopo la pubblicazione del suo capolavoro, Das dritte Reich (Il terzo regno, traduzione italiana di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma 2000), nel 1925, per una depressione dovuta a motivi personali e insieme ideologici, si suicidò a Berlino. Su Moeller, in lingua italiana, oltre alle opere di carattere generale sulla Rivoluzione Conservatrice, si possono leggere: A. De Benoist, Moeller van den Bruck o la Rivoluzione Conservatrice, Akropolis-Edizioni del Tridente, La Spezia 1981; D. Cantimori, Arthur Moeller van den Bruck (scritto risalente al 1935), in Politica e storia contemporanea, Einaudi, Torino 1991; S. Lauryssens, L’uomo che inventò il Terzo Reich. La vera storia di Moeller van den Bruck, Newton Compton, Roma 2000. Nel 1997, le edizioni Settimo Sigillo di Roma hanno pubblicato L’uomo politico, un’antologia di scritti di Moeller degli anni tra il 1916 e il 1924, già apparsa in Germania nel 1933.

* * *

Tratto da Linea del 12 settembre 2004.

Luca Leonello Rimbotti

http://www.centrostudilaruna.it/moellervandenbruckribelleconservatore.html

Il male assoluto: democrazia e liberalismo

Altro che nouvelle philosophes o “pensiero debole”: il vero politicamente antagonista, il vero trasgressivo, il vero e unico radicalmente alternativo è dalla parte opposta. Julius Evola, ancora lui. Più passa il tempo e più Evola esce dal suo ruolo di immobile icona: finalmente non è più solo il guru imbalsamato di una setta maledetta, idolatrato da immature fantasie o da cocciuti manipolatori d’immagine. Ma viene letto, studiato e criticato anche dall’intellettualità di “fuori-area”, quella ufficiale, quella con le “carte in regola” e ben spalmata sulle tacite direttive del potere e del sottopotere. Più passa il tempo e più se ne comprende lo spessore di pensatore che riassume in sé non soltanto un’ideologia (anzi, più di una: fascismo, tradizionalismo, “rivoluzione conservatrice”…), ma anche intere epoche: non solo la sua, ma anche la nostra. E perfino le “sinistre”, ormai a mani vuote di idee e di progetti, perfino le grandi concentrazioni editoriali inseritissime nel sistema, gira e rigira, ne parlano e ne scrivono. Di solito male, ma ne scrivono. Nonostante gli sforzi che alcuni “guardiani del faro” da tempo dispiegano per edulcorarlo, camuffarlo, liftarlo, al fine di renderlo presentabile alle “destre” perbeniste, moderate, borghesi, Evola se ne sta ancora ben fermo in piedi tra le rovine degli altri. Chirurghi plastici compresi.

 

 Il barone non avrebbe gradito il lifting cui a ripetizione lo sottopongono taluni suoi non richiesti e petulantissimi allievi. Gli sarebbe invece piaciuto l’ultimo libro a lui dedicato, che dice le cose come stanno, senza livore né virginali rossori: A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri), scritto dallo storico torinese Francesco Cassata. Non essendo egli un evolomane, il suo non è un prodotto da beauty farm, ma un libro di storia. E, ciò che non guasta, un ottimo libro. Ne viene fuori la migliore e più puntuale delle analisi del pensiero di Evola, il quale ha subìto il dannato destino postumo di vedersi ad un tempo troppo venerato e troppo demonizzato. Inutile girarci intorno: dà terribilmente noia il suo razzismo, quasi che per apprezzare un autore e la sua importanza, dovessimo per forza condividerne tutte le idee oppure, addirittura, difenderlo da esse. Diciamo la verità, questo razzismo imbarazza da morire tutti coloro che vorrebbero fare di Evola un infallibile pontefice, mondo di “macchie”. Ci si vergogna o ci si scandalizza – a seconda se si è di “destra” o di “sinistra” – di tutta una serie, una lunga serie, di scritti apertamente razzisti. Se dello “spirito” o del “corpo” non saprei, ma razzisti. Benedett’uomo, come ha potuto scrivere quelle cose? Adesso è durissima cercare di farne il santino della “destra” al potere, capirete… occorrono sforzi dialettici e virtuosismi esegetici di non facile soluzione… Ma per chi non è interessato a strattonare Evola per la giacca, per chi è interessato alla sua figura di solido pensatore e di intellettuale “interventista” complesso e di ottima lega, tutto questo non inquieta né ha importanza. I fatti sono fatti. E gli scritti sono scritti. Carta canta, come si dice. E la “carta” di Evola canta che è una bellezza. Per cui: prendere o lasciare.

 

Nell’introduzione, Cassata mette le cose in chiaro: “In realtà, il razzismo fascista non era soltanto ’spirituale’ così come quello nazionalsocialista non era unicamente ‘biologico’. Ed Evola, negli anni trenta e quaranta, non ha mai parlato di razzismo ’spirituale’. Preferiva definire la propria ‘dottrina’ in termini di razzismo ‘totalitario’ o ‘tradizionale’”. Dopodiché l’autore lascia parlare Evola, non si intromette troppo con giudizi di valore, che sappiamo scontati fin dall’inizio, segue il barone passo passo, senza abbellire né imbruttire. Questo fa uno storico, quando sa fare bene il suo lavoro.

 

 Il razzismo di Evola è storicamente un fatto: ognuno lo giudicherà, in sede ideologica, politica, privata, morale, come più gli aggrada. Ma in Evola c’è dell’altro. Molto altro. Ad esempio, pur singolarmente incapace di avvertire l’importanza politica delle masse nel mondo moderno – cosa che invece seppero fare alcuni suoi omologhi: basta pensare a Jünger -, o forse proprio per questo, Evola vide con chiarezza e fin dal principio che il tarlo mondiale non era tanto il comunismo, semplice cascame, ma l’egualitarismo liberale, l’ideologia dei diritti, l’indiscriminato appiattimento dell’essere umano sulle formule universali imposte dagli illuministi di ogni tempo. Ne Gli uomini e le rovine non fece che ripetere una convinzione che aveva già maturato molti anni prima: “Senza la Rivoluzione Francese e senza il liberalismo, non vi sarebbero stati il costituzionalismo e la democrazia, senza la democrazia e la corrispondente civiltà borghese e capitalista del Terzo Stato non vi sarebbero stati il socialismo e il nazionalismo demagogico, senza la preparazione del socialismo non vi sarebbero stati il radicalismo e, infine, il comunismo a base nazionale o proletario-internazionale”.

 

Liberalismo e individualismo sono i nomi di quell’uovo di serpente da cui sono fuoriuscite, lungo un piano inclinato, tutte le degenerazioni di cui il mondo ha goduto e gode oggi i benefici: questa la macro-lettura evoliana della modernità. Questa la sua intatta attualità. E su questa sua consapevolezza, profondamente articolata e saldamente legata ad una visione del mondo, innestiamoci pure i dettagli o le contraddizioni. Evola fu tutt’altro che l’inamidato manichino autarchico: risibile totem per gli insicuri. Fu elastico e anche duttile, conobbe stagioni diverse tra loro, e tuttavia le sue “rettificazioni” in corso d’opera non mancarono mai di una loro coerenza. Dall’antifascismo anti-democratico degli esordi alla collaborazione, lui spregiatore della base “plebea” del fascismo, con due capi storici dello squadrismo: prima Arpinati, poi Farinacci. Che credettero in lui molto più di tanti inutili e anzi perniciosi reazionari. Lo squadrismo fece scrivere Evola, gli dette spazio, credito, libertà di espressione, opportunità. Gli altri, i tradizionalisti reazionari, facevano nicchia esoterica. Evola, grazie allo squadrismo, fece militanza politica.

 

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Francesco Cassata, A destra del Fascismo. Profilo Politico di Julius Evola, Bollati Boringhieri, Torino 2004, € 25,00.

 

Tratto da Linea del 1 febbraio 2004.

Luca Leonello Rimbotti

http://www.centrostudilaruna.it/evolamaleassoluto.html

 

CARLO MICHELSTAEDTER “Un Suicidio Metafisico”

di miro renzaglia
 
“Io mi spensi”, fu la didascalia che tracciò di suo pugno sotto al disegno, anch’esso ritratto a mano libera, di una lampada sul punto di esaurire l’ultimo bagliore prima dell’annullamento… Era l’attimo antistante il colpo di rivoltella alla tempia che sparò ai suoi 23 anni…
 
Così, Carlo Michelstaedter autore, come Max Stirner, di un solo libro: “La persuasione e la rettorica” (che non doveva neanche essere un libro ma la sua tesi di laurea…), cessò di duellare “ai ferri corti con la vita”.
 
“Un suicidio metafisico” commentò qualcuno e, a guardare bene, quel qualcuno avrebbe potuto anche avere ragione, purché si dia alla metafisica il suo significato etimologico e non quello “spirituale” con cui tanti bell’ingegni religiosi l’hanno sovrastrutturata…
 
Ché dell’al di là, da Platone ad Hegel, Carlo Michelstaedter aveva la degna nobiltà di considerarlo pura “rettorica…”, cioè: non-essere…
 
Non-essere, quindi rettorica, è perfino la vita che non-consiste in sé ma si rimanda continuamente ad un futuro possesso di sé medesima: un punto a seguire sempre più spostato in basso come, per spirito di gravità, fa il peso che null’altro può, nella sua di-pendenza, che tendere all’ancora più basso…
 
E a poco vale contrapporre, allo spirito di gravità, la finzione dell’aerostato (sul quale non a caso, con una splendida metafora, colloca Platone) che, nel tentativo di sottrarsi alla caduta, prende la via a salire verso un iperuranio qualsiasi, dove, appunto, ma di nuovo: “la vita è la mancanza della propria vita”.
 
Con Eraclito, campione della “persuasione”, Michelstaedter sapeva bene che: “La via in su e la via in giù, sono la stessa identica via”.
 
La persuasione, ovvero “l’essere”, invece, chiede a chi è sulla sua via di possedere in sé la libertà assoluta di non rimandare né ad altrove (in basso o in alto che sia…) né ad altrui (umani o divini che siano…) il pieno possesso della propria vita; di accettare, insomma, il carico di dolore che la vita comporta, senza rifugiarsi né in consolatori al di là né negli infiniti escamotage che l’uomo adotta – dalla carriera, agli allori, al successo, al denaro… – nell’illusione di poter alleviare la sofferenza dell’essere nel non-essere…
 
Perfino l’amore per la vita, “philopsichia”, ovvero: “il dio del piacere”, è un’illusione: non c’è nessuna salvezza “fuor di sé”… e ognuno è salvatore di se stesso: “Cristo ha salvato se stesso poiché della sua vita mortale ha saputo creare il dio: l’individuo”, ma “nessuno è salvato da lui”. Amen…
 
Su questa via, il persuaso non chiede né altra vita-dopo-la-vita né una “vita migliore” …e la morte non si teme né si desidera: la si affronta, virilmente, liberi dalla paura che qualcosa, essa: la morte, possa togliere o donare all’istante in cui, finalmente, con-sistiamo in noi stessi…
 
 
Vita, morte
la vita nella morte
morte vita
la morte nella vita.
Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.
 
(Così, Carlo Michelstaedter, nella sua poesia: “Il canto della crisalide”).
 
Ecco, la tesi è quasi conclusa. E la discussione che lo laureerà alla carriera, quindi: alla rettorica, è prossima… Bisogna trascrivere solo gli ultimi appunti… Ha vissuto gli ultimi mesi in contatto diretto con la contraddizione fra quello che sta scrivendo, quindi: pensando, e quello che l’aspetta dopo… Per sfuggire alla rettorica che seguirà al bacio accademico, sogna d’imbarcarsi, di fare il marinaio su un vascello, NON fantasma… Accarezza, sotto il cuscino, la pistola che ha sequestrato di prepotenza ad un suo amico sospettato debole alla tentazione del suicidio… L’accarezza e ci pensa: al suicidio… Nella soffitta dove si è rintanato per scrivere (e pensare…) arriva la madre che lo rimprovera per essersi dimenticato del suo (di lei…) compleanno… “Fammi il regalo di non arrabbiarti”, le aveva scritto in un bigliettino affettuoso, nemmeno un mese prima… Il rimprovero della madre lo tocca al fondo della sua inadeguatezza a ricordare perfino le ricorrenze più care… La madre lo lascia… Viene Emilio, il cugino, che lo sta aiutando nella trascrizione della tesi… Non è il caso – gli dice – e lo manda via… Resta solo con la persuasione di non poter più scendere a patti con la rettorica… Resta solo lui… Lui e la pistola…
 
 
Tra poesie, epistolario e tesi, il tema della morte torna spesso alla mente e nella penna di questo ragazzo precocissimo e geniale. Quasi mai, invece, appare il tema del suicidio. Una rimozione o una omissione, chillosà? Ma, ho detto: quasi mai… Tra il “quasi” e il “mai” ci sono queste due annotazioni:
 
in una recensione del 1906 a “L’età critica di Max Dreyer” (von Schlettow), a proposoito del suicidio dell’infelice votato all’autoannientamento, annota: “Che c’importa?”. Per contrappasso, sempre nello stesso anno, ad una specie di test che domanda: “a quale età vorreste morire?”, risponde: “Subito!!!”…
 
L’interpretazione che do io è questa: quando si sceglie di andare “ai ferri corti con la vita”, ogni soluzione è un’incognita… Non è più né questione di “debolezza” esistenziale, né di coraggio “metafisico”: nell’attimo di vita sospeso fra l’hic et nunc ed il nihil: “La salvezza cresce dove cresce il pericolo” (F. Hölderlin).
 
 
miro renzaglia

Lo Stato selettivo secondo Platone

L’attuale dibattito sulla bioetica è quantomai adatto a riconsiderare il concetto di uomo. Troppi sedimenti devozionali, morali e filosofici si sono innestati sulla naturale complessità dell’essere umano. Che è un organismo vivente fatto di una fisiologia e di un apparato razionale-sensitivo. Troppi interessi dogmatici e ideologici che, col tempo, hanno contribuito a offuscare questa immagine di totalità funzionale. Fino alle derive degli ultimi decenni, intese a frantumare l’idea olistica di uomo in una serie di proclamazioni astratte e razionali, all’origine di innaturali dualismi. Tra queste, ad esempio, si può citare l’ambiguo “diritto alla vita”. A pensarci bene, un assurdo logico, simile al “diritto alla felicità” presente nella Costituzione americana. Un’astrazione. Esso ci appare, piuttosto, come un rovesciamento della tradizionale “volontà di vita”. In base a questa, è infatti il bios che regola i diritti e non viceversa. Distribuendo il bene e il male, la salute e la malattia, la sanità mentale e la demenza, è il bios a decidere i destini, molto prima che una qualsiasi attività terapeutica intervenga poi “di diritto”, a correggere il tipo di esistenza cui ognuno di noi è assegnato.

Eppure, nonostante le preclusioni del pensiero contemporaneo, favorevole a un indiscriminato assegnamento di valore alla vita – sia questa un dono o una condanna –, è di anni recenti il rinato interesse per un ripensamento del significato di persona: sacra unità di corpo e anima, alla maniera antica, oppure scissione tra uomo e cittadino, tra vita e diritto, tra corpo e cura, secondo le intellettualizzazioni progressiste e umanitariste? Già Michel Faucault nel secolo scorso aveva sondato i significati della genealogia. Filosofia e storia, diceva, non sono dialettica democratica, ma lotta e affermazione del tipo. Qualcosa che investe tutto l’uomo, compreso il suo corpo. Lo scontro e il conflitto, dunque, sono alla base della realtà ben più della proclamazione teorica dei diritti, innestata sull’apologia dell’inerme e sulla coltivazione del patologico.

Il potere, la società, tutta la vicenda umana come sintomo di valori ereditari: Faucault arrivò a parlare di una «funzione genealogica del racconto storico». Su questa scia, segnaliamo gli studi recenti di Roberto Esposito: Terza persona. Politica della vita e filosofia dell’impersonale e, di poco precedente, Bìos. Biopolitica e filosofia (entrambi pubblicati da Einaudi), in cui si ripercorrono i tentativi moderni di ricucire la scissione “illuminista” tra corpo e anima. L’uomo come organismo, insomma, di cui fa parte a medesimo titolo sia l’elemento fisiologico sia quello anìmico o spirituale. Il lato “animale” dell’uomo, lungi dall’essere demonizzabile come “inferiore” in virtù di evasioni trascendenti o razionaliste, ha visto nel pensiero moderno – dalla biopolitica di Hobbes sugli impulsi del corpo, al vitalismo di Schopenhauer e alla biocrazia di Comte – tutta una serie di rivendicazioni. Terza persona sarà dunque l’individuata unità di biologia e di ragione che un tempo, con l’organicismo antico, era data per scontata, e che invece – soprattutto in forza della scissione cristiana e poi umanitarista tra corpo e anima – ha finito col costruire personalismi impolitici e astratti. Nel secondo dei libri segnalati, Esposito ha indagato ancora più da vicino il rapporto tra vita e politica. Sia pure da inamidate posizioni “democratiche”, Esposito avvicina i due grandi momenti della vita e della politica: il corpo e la psiche sono a contatto continuo e necessario, sono lo scenario su cui si muove l’uomo. L’uomo conosce la vita attraverso il suo corpo e attraverso la vita altrui, nella dimensione dello scambio comunitario. Vivere socialmente, essere politici, significa impegnare il proprio corpo, metterlo in gioco. L’autore naturalmente criminalizza la biopolitica e il biopotere nazionalsocialisti, che spuntano diremmo fatalmente al centro del discorso corpo-politica in epoca contemporanea. In essi viene osservato il paradigma negativo di un rapporto, che si vorrebbe positivo, tra il radicalismo delle leggi naturali e quello delle leggi politiche. Conciliare la natura e il conflitto con l’intangibilità del corpo: dal punto di vista “democratico”, un bel problema. Comunque, nel ripercorrere la storia dei collegamenti tra uomo, politica e corpo vivente, inevitabilmente, ci si imbatte in Platone. Il suo pensiero è infatti uno dei cardini della logica biopolitica.

È noto come Platone si augurasse pratiche di educazione fisica, eugenetica e igiene sociale molto precise, al fine di ottimizzare la struttura psico-fisica di scelte minoranze atte al comando politico. La sua idea di Stato ideale prevedeva che si attuasse una selezione dei caratteri migliori, ma secondo procedimenti non classisti: in alto come in basso, lo Stato ha il dovere di individuare i tipi più nobili – secondo i caratteri fisici e morali – e di avviarli a un’educazione superiore, così da riservare agli ottimi il governo politico e la guida della comunità. Esposito cita le frasi platoniche in cui si raccomanda il matrimonio soltanto ai “migliori”, evitando il proliferare di unioni tra tipi inferiori. E non nasconde che «Platone si dimostra sensibile all’esigenza di conservare puro il ghènos dei guardiani e in genere dei governanti della polis secondo i rigidi costumi spartiati tramandatici da Crizia e Senofonte». In questo quadro, non si esita a operare confronti tra lo Stato razziale greco e quello che più di ogni altro, in epoca moderna, ha concepito la politica soprattutto come biopolitica, cioè il Terzo Reich. Lo scritto dell’antropologo Hans F. K. Günther Platone custode della vita, del 1928, viene preso ad esempio di come l’igiene sociale, l’eugenetica, la selezione razziale, l’educazione aristocratica e persino l’eutanasia non fossero perversioni dello scientismo moderno, per altro già in atto dalla fine dell’Ottocento in nazioni democratiche come gli Stati Uniti, ma avessero un illustre precedente proprio in una delle più alte vette del pensiero umano, appunto Platone.
Esposito scrive che «quando Günther interpreta l’ekloghé platonica in termini di Auslese o di Zucht, cioè di “selezione”, in realtà non si può parlare di un vero e proprio tradimento del testo, ma piuttosto di una sua forzatura in senso biologistico in qualche modo autorizzata, o almeno consentita, dallo stesso Platone». La recente ristampa del testo di Günther da parte delle Edizioni di Ar – che segue la prima, risalente al 1977 – ci consente di vedere quanto poco forzata fosse l’interpretazione dello studioso tedesco, che in ogni suo punto rimane a diretto contatto col testo platonico.

Vediamo così scorrerci davanti tutta l’inquadratura dello Stato secondo giustizia, che assegna ad ognuno il suo ruolo e a tutti il rango dell’appartenenza alla medesima comunità. Secondo principi di bellezza e armonia esteriori, nobiltà d’animo, sanità fisica e morale. Se nelle Leggi Platone afferma che «i giovani sposi devono pensare a offrire allo Stato, per quanto è loro possibile, i figli più belli e migliori», questo si inserisce nella concezione che il corpo non è faccenda privata, ma bene pubblico: la comunità prospera se ognuno segue le leggi dell’eu-ghènos, della “buona razza”, affinata ereditariamente. Fino al punto di consigliare ai giovani di osservarsi nudi prima di scegliersi e di conoscere le famiglie di provenienza. Favorevole all’eutanasia per malati inguaribili e tarati ereditari («i criminali maggiori, incurabili ormai… e per colui che il legislatore riconosce inguaribile… per tutti costoro è meglio non continuare a vivere…», scrive nelle Leggi), Platone formula anche l’auspicio che la selezione dei caratteri diventi qualcosa di più di una politica, cioè un’arte di Stato: «bisogna che gli uomini migliori si uniscano alle donne migliori più spesso che possono e, al contrario, i peggiori con le peggiori; e si deve allevare la prole dei primi, non quella dei secondi…», si legge nella Repubblica. Tutto rientra infatti nel senso di ordine cosmico, di proporzione, di superiore armonia del tratto: è la kalokagathìa, la bellezza fusa con la bontà, due idee incarnate in un corpo. «Dove dunque a un nobile carattere dell’anima si uniscano analoghi e armonici caratteri nell’aspetto esteriore, partecipi dell’identico modello, là si avrà uno spettacolo assai bello per chi lo vorrà contemplare», afferma Platone l’idealista.

Nel suo breve libro, Günther non fa che riportare questi spunti del pensiero platonico, soltanto commentandoli e inserendoli in quella visione platonica che, più che volgare biologismo (ma perché poi la biologia dovrebbe essere volgare?), appare la manifestazione tangibile dell’Idea. E infatti Günther precisa che la protezione dei caratteri ereditari non è materialismo, tanto meno “zoologia”, ma idealismo realizzato: «Platone, da vero idealista, incoraggia una selezione regolata in maniera da propiziare il manifestarsi delle idee nelle leggi di natura». Su questa materia, Günther fu anticipato di decenni da molti altri. Ad esempio, da Nietzsche. Il concetto di Züchtung in Nietzsche ricorre spesso, e proprio nel senso di selezione razziale per minoranze destinate alla Führung, il comando. Come Platone, anche Nietzsche era favorevole all’eugenetica e all’eutanasia: «La grande politica… mette fine inesorabilmente a tutto quanto è degenerato e parassitario», sta scritto ad esempio nei Frammenti postumi. Ma quello di Nietzsche, come ha ricordato Domenico Losurdo, all’epoca non era un caso isolato, ma una cultura egemone. L’ideologia della selezione, tra Otto- e Novecento, era molto diffusa, tanto che, ad esempio, negli Stati Uniti la sterilizzazione degli incurabili era materia di legge, che rimase in vigore in molti casi – insieme all’apartheid – fino agli anni Sessanta del secolo scorso… Nulla di specificatamente “nazista”, insomma. Anzi, si direbbe che questo complesso di problemi affondi alle radici stesse della nostra cultura. Tanto che il grande classicista Werner Jaeger poté scrivere che «la selezione della razza… nelle teorie di Platone e di Aristotele si spogliò della limitatezza di casta, accompagnandosi all’esigenza dell’educazione statale della nazione intera». Un programma politico. Lo Stato greco non era l’amministratore di individui quali che fossero, ma il selezionatore del genio della stirpe, come diceva Nietzsche. E «il vero senso democratico di Platone – precisò Giorgio Colli – ha la sua giustificazione solo in quanto ha educato questi uomini superiori». L’educazione selettiva, l’ereditarietà, l’igiene della persona e dell’ambiente, la profilassi genetica, le qualità innate e quelle acquisite, nell’epoca del livellamento sembrano dunque fattori da non affidare all’emotività dei mutevoli pregiudizi, ma alla riflessione profonda circa le nostre origini e la qualità del destino che ci attende.

Tratto da Linea dell’11 luglio 2008.

 

Luca Leonello Rimbotti

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