L’ELLADE CHE VIENE

Note a partire da “L’innocenza del divenire” di Alfred Baeumler

di Adriano Scianca

Per anni, il nome di Alfred Baeumler è stato lasciato fuori dalla porta del salotto buono del nietschanesimo alla moda, confinato nel limbo angusto di velenose note a piè pagina….

Di fatto, chi non avesse avuto accesso diretto ai testi non avrebbe faticato ad immaginare l’autore tedesco come un dilettante o un folle, meglio se entrambe le cose insieme, e comunque sempre come uno schiavo dell’ideologia e del fanatismo politico. Non foss’altro che per questo, l’iniziativa delle Edizioni di Ar di rendere nuovamente disponibili al pubblico italiano i testi baeumleriani va considerata come un inestimabile contributo ai destini della cultura filosofica del nostro paese. Rileggere (o iniziare a leggere) oggi Baeumler, in effetti, significa quasi immergersi in un nietzschanesimo rigenerato, originario, in cui Nietzsche è letto attraverso la sua lettera ed il suo spirito. In questo percorso verso la nuda essenza della filosofia di Zarathustra, molte maschere volano via e si perdono nel vuoto: la pallida maschera del Nietzsche “poeta”, ad esempio, oppure quella altrettanto “innocente” del Nietzsche “psicologo”. Alla fine, ciò che resta è solo il volto scintillante ed algido di un Nietzsche “filosofo e politico”.

Lungi da ogni tentazione edulcorante o rasserenante, questo Nietzsche restituito a se stesso, per Baeumler, acquisisce innegabilmente i tratti del “guerriero dello spirito”. Il “martello” che ispira la critica demolitrice di Nietzsche diviene ascia, spada, fioretto, arco, clava. Pensatore dell’agonalità per eccellenza , egli stesso non può esimersi dal calarsi, armi in pugno, nell’agone storico, in quel Kultukampf esistenziale per cui ne va dell’avvenire e della sopravvivenza dell’Europa. Per Baeumler, insomma, Nietzsche diviene il pensatore cruciale per le sorti della nostra civiltà: l’Europa «deve decidersi riguardo a Zarathustra». La cosa che impressiona, però, è l’estrema lucidità con cui Nietzsche, e Baeumler con lui, scorgono che la decisione sull’avvenire è anche sempre decisione sulle origini (e viceversa), che la battaglia dell’oggi comporta sempre un “conflitto delle genealogie”, per dirla con Domenico Losurdo. «Il XX secolo», afferma Baeumler, «dovrà dire da quali valori l’Occidente muoverà per configurarsi un futuro. Noi siamo certi che solo un sistema di valori profondamente affine a quello ellenico potrà salvare l’Europa dall’anarchia dei valori. La scoperta del mondo ellenico significa niente meno che il presagio di una nuova epoca, di un’epoca al di là del gotico e dell’illuminismo».

Ecco, quindi, che nel cuore stesso della problematica sul presente e sul futuro dell’Europa emerge la “questione greca” come il vero snodo decisivo . A tale problematica, Baeumler dedica un illuminante saggio su “Ellade e Germania”, che ricostruisce con impareggiabile acume il peculiare rapporto tra Grecia antica e spirito germanico nel fil rouge Winckelmann – Goethe – Hölderlin – Nietzsche. Ma il problema dell’anima greca e della sua possibile rinascita, è presente in forme più o meno marcate in tutto L’innocenza del divenire.

Ora, quale sia l’esatta natura di questa ripresa nietzschana dello spirito ellenico è cosa che Baeumler ha ben chiara: «Per i Tedeschi, la questione è non di appropriarsi “storicamente” dell’antichità greca insieme con le altre culture antiche, ma di sperare che dalla primigenia affinità scaturisca per l’essenza germanica una forma vitale simile a quella ellenica [...]. Nell’entusiasmo di Nietzsche per i Greci non si scorge alcuna traccia di storicismo, per quanto occulto esso possa essere: per Nietzsche la questione riguarda non tanto la cultura, quanto il reintegro della vera cultura germanica». Nulla di storiografico, quindi. Ma anche ben poco di semplicemente “filologico”: «quanto più prepotente si faceva il sentimento di Nietzsche per i Greci, tanto più problematico diveniva il suo rapporto con la filologia», nota giustamente Baeumler. A ben guardare, infatti, la grecità storica sembra a poco a poco porsi sullo sfondo, nel discorso di Nietzsche.

Dopo aver a lungo indagato i lineamenti di una possibile Grecia tragica, Nietzsche non a caso finisce, in Ecce Homo, per considerare se stesso come il primo filosofo veramente tragico. Posta l’equazione grecità = spirito tragico, infatti, capita poi che nessun filosofo greco appaia ai suoi occhi come “greco fino in fondo”. Socrate e Platone, Parmenide ed Euripide vengono rappresentati, ad esempio, come la quintessenza dell’anti-grecità. «Mi è restato un dubbio per Eraclito», nota Nietzsche laconicamente. In uno sforzo di rischiaramento volto a svelare la Grecia “autentica”, ad eliminare tutto ciò che è posticcio, derivato, corrotto, impuro, gli stessi Greci storici cominciano dunque a venir meno. La tragedia sembra ora acquisire tratti wagneriani e dietro l’Ellade si intravede sempre più lucidamente la sagoma germanica. In effetti, Nietzsche non indaga tanto la Grecia, quanto piuttosto la grecità, un anima eroica che sfugge ad ogni incasellamento storicistico, quasi un “fondo metafisico” a partire dal quale sperimentare nuove rigenerazioni spirituali e politiche nell’oggi.

Allo stesso modo, il socratismo attaccato da Nietzsche è qualcosa che i contemporanei di Nietzsche non hanno difficoltà ad individuare nelle istituzioni “illuministe” dell’epoca. Domenico Losurdo nota come la grecità sia per il filosofo tedesco «una categoria filosofica, la quale funge da principio di legittimazione o delegittimazione dei singoli autori, dei diversi movimenti culturali e politici, delle diverse fasi della storia greca». È lo stesso Losurdo, tuttavia, a notare acutamente poco dopo come «la denuncia della modernità, che è al centro della Nascita della tragedia, non ha nulla dell’abbandono nostalgico e inerte. Non solo è battagliera ma, in questo momento, guarda fiduciosa alla possibilità di radicale trasformazione del presente in Germania e in Europa».

Lo stesso accade per le ostinate, insistite, accanite sperimentazioni etimologiche heideggeriane, infaticabilmente protese a ricreare un greco “grecizzato”, un iper-greco, che forse nessun Elleno in carne ed ossa ha mai parlato. Ma, anche qui, porsi in cammino verso l’origine significa andare avanti, non indietro; significa decidersi per un progetto che investe integralmente il nostro destino. Scavando, selezionando, discriminando, il passato agognato si fa sempre più brumoso, mitico, arcaico in senso pieno. E alla fine, diradate le nebbie, ci si ritrova sorprendentemente di fronte ad un presagio d’avvenire. «L’inizio è ancora.», dice Heidegger, «Non è alle nostre spalle, come un evento da lungo tempo passato, ma ci sta di fronte, davanti a noi [...]. L’inizio è iscritto nel nostro futuro, ci è di fronte come l’ingiunzione che da lontananze remote ci chiama a riconquistare di nuovo la sua grandezza». È l’inesorabile logica “sferica”, per la quale il ripiego sulle origini finisce sempre per coincidere con un progetto d’avvenire, come magistralmente messo in luce da Giorgio Locchi.

La grecità “autentica”, di conseguenza, finisce per essere più un obbiettivo che un ricordo, più un progetto che una memoria. «Per la cultura occidentale», dice ancora Baeumler, «il ricupero dell’ellenicità è il risultato degli sforzi immani compiuti dall’anima della razza germanica per ritornare a se stessa» . Allo stesso modo, Heidegger dirà che il popolo tedesco è “popolo metafisico” proprio in virtù del suo legame particolarissimo con la grecità. Riportarsi in prossimità della scaturigine greca vuol dire soggiornare in prossimità del proprio destino, della propria “anima” storica. Lottare per l’affermazione di un’origine, di una radice ben determinata tra le tante possibili, significa infatti voler affermare e promuovere una particolare immagine di sé, significa scegliersi un’identità e decidersi per un destino. In quest’ottica, gli affermatori delle “radici cristiane d’Europa” – presenti nell’epoca di Nietzsche, in quella di Baeumler, e, purtroppo più rumorosamente, anche nella nostra – non dicono propriamente qualcosa di “sbagliato”.

Essi, al contrario, sono solo i coerenti portatori di un’altra immagine di noi stessi, della nostra civiltà, del nostro presente e del nostro futuro. Un’immagine “occidentale”, che depuri la nostra storia da ogni riferimento dissonante rispetto alla desertica melodia giudaico-cristiana. È l’Europa che vuole l’anti-Europa. Scelta del tutto legittima, in quadro di “filosofia aperta della storia”, alla quale, non di meno, andrà eternamente opposta la speculare affermazione dell’estrema fedeltà a sé stessi, dell’indomita volontà di rigenerazione, della perenne riconferma dell’identità.
Adriano Scianca

www.mirorenzaglia.com

 

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