3. La teoria dell’autodomesticazione dell’uomo
Konrad Lorenz aveva già dimostrato in modo convincente nel 1942 che con il progresso della civiltà si ha una caduta delle norme del comportamento altamente selettive, difficili ed esigenti. Ora, secondo Lorenz, le condizioni di vita nelle quali gli esseri umani civilizzati si sono volontariamente collocati rivelano la massima somiglianzà con quelle a cui l’uomo ha costretto i suoi animali domestici: limitazione della libertà di movimento, carenza di movimento corporeo, limitazione dell’esposizione all’aria, alla luce, e al sole, eliminazione della selezione naturale e altri fattori di questo genere sono causati negli esseri umani così come nei loro animali domestici da certe torme simili di domesticazione. Di pari passo con una perdita complessiva di tono muscolare gli esseri domesticati divengono fiacchi e poco vogliosi di movimento; diminuiscono tutte le reazioni finemente specializzate della vita sociale; divengono scialbi e più poveri di energie. Si può stabilire la presenza massiccia di disarmonia nella struttura degli istinti negli animali domestici: per esempio la spinta istintiva a volare è scomparsa in tutti gli uccelli domesticati eccetto la colomba. Negli esseri umani civilizzati compaiono nello stesso modo simili disarmonie: piccole oscillazioni nella selettività dal punto di vista morale, una delimitazione meno netta di ciò che è ancora veramente consentito, una meno torte inibizione in qualche dirczione divengono sempre più frequenti, e si reagisce mediamente con la tendenza verso un «meno schizzinoso». Invece presso tutti gli esseri domesticati gli istinti della nutrizione e dell’accoppiamento crescono quantitativamente, divengono più facilmente disinibibili, ed o possibile destarli più spesso e senza difficoltà.
Questa teoria di Lorenz, divenuta tanto nota e a prima vista tanto seducente, parte dalla tesi secondo cui l’uomo ha avuto per così dire, nella sua forma selvatica, la stessa regolazione sociale degli istinti altamente differenziata e specializzata che questo ricercatore ha scoperto in modo tanto geniale in molte specie animali, lì che il venir meno di queste regolazioni che è possibile osservare negli animali domestici si sta svolgendo ora anche in noi, perché l’uomo ha domesticato se stesso.
Non vorrei però sottoscrivere questa tesi e questa premessa. Non esiste alcuna torma selvatica dell’uomo e non è dimostrabile l’esistenza di regolazioni aggiustate con precisione e relative ai membri della stessa specie. Si è per esempio dimostrata la presenza del cannibalismo presso i primi ominidi del gruppo degli australopitechi fra i due e i tre milioni di anni ta; se ne è dimostrata ugualmente la presenza presso il sinantropo di mezzo milione di anni fa, e ancora oggi presso numerose società primitive. La plasticità o la capacità di degenerazione della vita istintuale è nell’uomo palesemente primaria e non secondaria. Una storia delle droghe e delle sostanze inebrianti porterebbe allo stesso risultato: sono un patrimonio umano antichissimo, altrettanto diffuso dell’uomo.4.Ritornare alla cultura!
Vogliamo quindi procedere sulla base di una concezione che è il contrario di quella di Lorenz : l’interna instabilità della vita istintuale umana appare quasi senza li miti. Sono forme inibitorie fisse e sempre anche limitanti, lentamente sperimentate nel corso dei secoli e millenni quali il diritto, la proprietà, la famiglia monogamica, il la voro diviso in modo determinato, che hanno spinto e di sciplinato le nostre pulsioni e intenzioni in dirczione delle’ esigenze in grado elevato esclusive e selettive che si posso no chiamare cultura. Queste istituzioni come il diritto, la famiglia monogamica, la proprietà, non sono in alcun sen so naturali, e possono venire molto rapidamente distrutte. Altrettanto poco naturale è la cultura per i nostri istinti e atteggiamenti, che devono piuttosto venire irrigidii, contenuti e spinti verso l’alto da quelle istituzioni. E quando si abbattono i puntelli, noi ci prirnitivizziamo molto rapidamente. Perciò non vi è, come credeva Lorenz, una disgregazione di istinti originariamente sicuri, ma la reistintivizzazione, il ritorno alla fondamentale e costituzionale insicurezza e capacità di degenerazione della vita istintuale. Quando vengono meno e vengono distrutte le protezioni e stabilizzazioni esteriori che risiedono nelle tradizioni stabilite, allora il nostro comportamento diviene privo di forma, determinato dagli affetti, istintivo, non calcolabile, inattidabile. In quanto anche in condizioni normali il progresso della civiltà procede distruggendo, cioè smantella tradizioni, sistemi giuridici, istituzioni, esso naturalizza l’uomo, lo primitivizza e lo ributta nella instabilità naturale della sua vita istintuale. I movimenti verso il decadimento sono sempre naturali e verisimili; i movimenti verso il grande, l’esigente e il categorico sono sempre forzati, faticosi e improbabili. Il caos, proprio come ritenevano i più antichi miti, è da collocare ali inizio e naturale, il cosmos è divino e minacciato.
Sostengo apertamente una posizione che è il rovescio di quella del Settecento: è giunto il tempo per un anti-Rousseau, per una filosofia del pessimismo e dell’esprit de serieux. «Ritornare alla Natura» significa per Rousseau: la cultura sfigura l’uomo; Io stato di natura lo rivela in piena ingenuità, giustizia e ispirazione. Cloniro Rousseau, e all’opposto di quanto egli afferma, ci appare oggi che lo stato di natura nell’uomo è il caos, la testa della Medusa al vedere la quale si è pietrificati. La cultura è l’improbabile, cioè il diritto, la costumatezza, la disciplina, l’egemonia della moralità. Ma questa cultura divenuta troppo ricca, troppo differenziata, porta con sé un esonero che si è spinto troppo lontano e che l’uomo non sopporta. Quando si tanno avanti i prestigiatori, i dilettanti, gli intellettuali saltimbanchi, quando si alza il vento della pagliacciata generale, allora si allentano anche le istituzioni più antiche e i corpi professionali più rigidi: il diritto diventa elastico, l’arte nervosa, la religione sentimentale. Allora l’occhio esperto scorge già sotto la schiuma la testa di Medusa; l’uomo diviene naturale e tutto diventa possibile. Ciò deve significare: ritornare alla Cultura! Perché in avanti si va palesemente a grandi passi incontro alla Natura, e la civiltà che progredisce ci dimostra tutta la debolezza della natura umana non ditesa da torme rigide.
da “L’immagine dell’Uomo alla luce dell’antropologia moderna”
di Arnold Gehlen
in “Prospettive Antropologiche”
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