5. Trasformazione degli istinti, riduzione degli istinti, eccesso istintuale
Volendo illustrare le nostre tesi con un esempio scegliamo l’istinto aggressivo. Freud, nel suo incompiuto
schizzo della psicanalisi, aveva, come già in precedentza, inteso questo istinto come istinto distruttivo di morte e aveva affermato che la sua deviazione verso l’esterno attraverso il sistema muscolare sarebbe una necessità per Ia conservazione dell’individuo, ma che, con la costituzione del super-ego, invisibili quantità di istinto aggressivo si fissavano all’interno dell’ego e lì svolgevano una funzione autodistruttiva. «La ritenzione dell’aggressività è generalmentemente malsana – affermò – opera rendendo malati, in modo doloroso».
Freud menziona la fissazione di quanti di pulsioni nell’ego, ma in altri luoghi conosce la trasformazione del- l’aggressività in angoscia. Avviene con questa pulsione i m che avviene con ogni altra pulsione nell’uomo: può modificare la sua forma; è anch’essa non periodizzata come la pulsione sessuale, è predisposta per durare perennemente e sempre reattiva. Anch’essa può, come questa, enihiif come componente in molti altri bisogni e pulsioni e perciò non si distingue dagli altri residui istintuali degli evu i i umani tanto plastici, divisibili, fusibili, e di apparenza mutevole.
Ora, la pulsione aggressiva è palesemente in relazione con la lotta per l’esistenza, e Freud affermò molto giustamente che essa deve venire deviata attraverso il sistema muscolare. Le due più importanti forme di questa deviazione sono state sicuramente per millenni il duro lavoro fisico e la lotta fra gruppi. Nelle prime società ripartite in piccoli gruppi, quando poche persone si azzuffavano periodicamente fra loro, c’era forse più pace interiore nel mondo di quanta ve ne sia adesso. Perché nel frattempo è successo quanto segue: abbiamo le grandi società di massa degli stati moderni dotate di apparati di polizia e pacificate, e la macchina che sottrae e alleggerisce il lavoro degli esseri umani. Sono chiusi i due grandi canali nei quali gli esseri umani avevano deviato per millenni l’istinto aggressivo: il duro lavoro fisico e le risse e le faide che si protraevano in modo abbastanza poco dannoso fino all’invenzione del modo per uccidere senza fatica con le armi da fuoco.
Che ne è adesso di questo istinto? È in vita come prima ma con apparenze mutate. Vive nei grandi carichi di irritazione intra-sociale che le nostre grandi società, in così notevole misura esonerate dal lavoro fisico, minacciano di fare esplodere; si è convcrtito in angoscia e in predisposizione all’angoscia o nella sfiducia, tutta contemporanea, con cui gli esseri umani si affrontano. Questa è palesemente la forma di quella pulsione nella situazione di civiltà, la conformazione che essa assume nelle condizioni di vita moderne esonerate e alleggerite. Forse c’è soprattutto, per via della diminuita possibilità di deviazione, un |rintagno di energia di questa pulsione, insieme col noto ilhhassamento della soglia degli stimoli, di modo che grandi masse di potenziale aggressività stanno pronte a erompere, quando si abbassi la maniglia. E abbassare questa maniglia diventa possibile sempre più facilmente, ogni caso una cosa è chiara: l’esonero legato alla civiltà gli esseri umani dal duro lavoro fisico, che ha già proporzioni tanto notevoli che occupazioni ben retribuite di questa natura vengono evitate, è accompagnato nel tempo filo spazio da una sobillabilità, uno sviluppo dell’angoscia quale non c’era mai stato.
A questo esempio può essere fatta seguire una riflessione generale. Con lo svincolamento di intelligenza e facoltà motoria, come si è verificato nell’uomo, sembra essere subentrata una riduzione degli istinti, una specie di demolizione di quelle forme di comportamento bene ordinate innate e stereotipe, che negli animali chiamiamo istintive. L’espressione «riduzione degli istinti» non designa alcuna diminuzione quantitativa di quote di impulsi, ma deve designare piuttosto una circostanza antropologicamente fondamentale. In dipendenza dalla motorica i nostri impulsi vitali prendono la forma dello sviluppo interiore, della scossa sensoriale, dello sviluppo degli affetti, o per lo meno questa trasformazione intcriore si svolge in concomitanza con la evacuazione nell’azione. In secondo luogo i complessi di istinti che nell’animale sono ben circoscritti, nell’uomo sono differenziati, e in grado elevato capaci di fondersi, plastici, convertibili (per usare un termine di Freud). Proprio in vista di questa circostan za C.G. Jung postulava una libido del tutto non specifica come riserva di tutte le suddivisioni delle pulsioni umane. Le componenti istintive potrebbero così trovarsi nelle più diverse suddivisioni e stratificazioni in un qualsivoglia agire umano appreso.
Se si prende per esempio l’effetto della gelosia, nessu no può dire che cosa vi è di componenti istintive, che cosa è amore, orgoglio ferito, che cosa istinto di possesso o «istinto dell’integrità» (Pareto). E altrettanto poco si può prevedere se questo affetto in quanto scossa sensoriale rimarrà nelle trasformazioni interiori o se si scaricherà in azioni, e se sì in quali.
Va aggiunta a questo punto ancora un’altra proprietà fondamentale della vita pulsionale umana, cioè la sua cronica e ininterrotta vivacità ed eccitabilità, ciò che Max Scheler aveva chiamato eccesso pulsionale. Si ha talvolta l’impressione che diversi gruppi di residui istintuali siano fra loro in concorrenza nel campo dell’azione per il controllo durevole e contemporaneo dello stesso campo di espressione, cioè della facoltà motoria. Ciò li costringe a compiere grandi semplificazioni e fusioni, che poi noi designiamo come gelosia, ambizione, desiderio di guadagno, senso del dovere. Sicuramente i costumi, e le consuetudini giuridiche e le istituzioni di una società costituiscono la grammatica, secondo le cui regole devono articolarsi le nostre pulsioni; forse sono questi soprattutto i grandi sempli-ficatori, che producono e sorreggono dall’esterno quelle grandi sintesi in cui i diversi impulsi si fondono in atteggiamenti. Se questi poteri di sostegno vengono scossi, allora queste intenzioni si sfasciano in impulsi mutevoli, che balbettano e si esprimono in modo incomprensibile perché hanno perduto la facoltà della parola nel suo complesso.
All’inizio parlavamo dell’intreccio fra interiore ed esteriore nell’uomo, che fa sì che accanto a una psicologia
dell’interiorità si debba introdurne una dell’esteriorità. Possiamo affermare ora in generale: se consideriamo l’uomo come essere sociale, le istituzioni di una società, cioè le forme sociali, le forme della produzione, le forme del diritto, i riti, eccetera, costituiscono la grammatica e la sintassi e perciò le forme di espressione entro le quali devono muoversi le ripartizioni degli impulsi e degli istinti degli esseri umani. Avviene come se questo repertorio di istituzioni funzionasse come una chiusa che canalizzasse determinati impulsi e ne trattenesse altri. Da quando la sociologia americana ha preso come suo campo di studio dozzine di piccole società primitive, ognuna un caso speciale di possibilità umane, è impossibile sottrarsi all’impressione che l’approccio sociologico (o socio-psicologico) e l’approccio psicologico possano vicendevolmente mettersi a frutto e che solo allora divengano visibili i problemi antropologici più importanti.
Potrebbe essere una cosa molto buona che la nostra saggezza pubblica contenesse grandissime stoltezze, che noi non siamo in grado neppure di riconoscere e intuire, ma che dobbiamo però sopportare. Non riesco a liberarmi dall’idea che nella società contemporanea, cioè nella sua costituzione reale, come anche nella sua autointerpre-tazione o nel suo pubblico autocompiacimento, determinati bisogni profondi dell’uomo girino a vuoto. Vogliamo in conclusione affrontare brevemente questo argomento e formulare due congetture che non possono sperare di poter diventare popolari.
6. Eccessivo onere intellettuale
Noi viviamo oggi in Europa e in America – così pare -in presenza di un eccessivo esonero dei lati negativi della vita, cominciando dal lavoro faticoso per giungere al bisogno e alle privazioni fisiche. Dall’altro lato viviamo invece in presenza di un eccessivo onere di richieste puramente intellettuali della nostra cultura.
Il secondo punto va trattato per primo, in quanto è il meno problematico. Noi viviamo sotto un costante bombardamento di fatti sconnessi che devono sopraffarci spiritualmente e moralmente o, come si dice, «integrarci». In Germania, dove siamo stati presi sotto un crescente mar¬tellamento di rottami del diritto, ciò si vede nel modo più impressionante, ma in gradi diversi ciò avviene ovunque. Gli autori americani, per designare questa situazione, hanno una formula eccellente: «too much discriminative strain», dicono, cioè, un’eccessiva spinta alla distinzione e alla decisione. Di fronte alla fretta febbrile con cui gli intellettuali costruiscono le loro ideologie e poi le demoli¬scono, con cui i politici ne realizzano dei pezzi per poi de¬molirli, e tutto ciò sotto un fuoco ininterrotto di informa¬zioni e opinioni contraddicentisi, frammisto a suggeri¬menti di dimenticare nuovamente ciò che è appena stato inculcato, in questa situazione si costruiscono negli esseri umani modalità di reazione del tutto nuove. Hendrik de Man ha dimostrato nel suo libro Massificazione e decaden¬za della cultura2 come l’eliminazione delle distanze spazia¬li e temporali faccia perdere le misure e prospettive stori¬camente naturali e biologicamente condizionate, di modo che l’uomo non può più orientarsi. Manca il tempo per un’elaborazione ordinata delle impressioni nella coscien¬za, ma le impressioni non vagliate e non chiarite formano però un residuo che ci grava sullo stato d’animo innervo¬sendoci. Così si ritorna dopo un viaggio in automobile di diverse ore con il ben noto stato di esaurimento e irritabi¬lità e, come afferma molto giustamente De Man, si è visto molto meno che se ci si fosse semplicemente piazzati sul¬l’erba in qualche posto al margine del fossato laterale del¬la strada. Non potremmo tenere insieme anche dal punto di vista affettivo le situazioni complesse e mutevoli in tem¬pi brevi; potremmo sempre meno appoggiare il nostro comportamento ad abitudini in cui si è immedesimati. E dato che non si hanno abitudini da soli, ma proprio es¬se costituiscono per la maggior parte il nostro rapporto con gli altri, si restringe la possibilità di fare affidamento sull’uniforme comportamento di questi altri. Infine, con l’informazione e la disinformazione intellettuale spinta sempre più in là, con la crescente sensibilizzazione e il sempre crescente legame con l’economia industriale, ci siamo per così dire definitivamente incatenati all’insicu¬rezza.Si deve perciò concludere: sembra che nell’elemento «tradizione» risieda qualcosa di irrinunciabile per la no-stra salute interiore. In generale si scrive su ciò che è an-dato perduto, si dissolve o si sbriciola, ma il libro sulla tra¬dizione ancora manca. Nelle tradizioni del comportamen¬to, del dare valore e del riconoscere validità, vengono po¬sti fondamenti sperimentati in tempi lunghi che non pos¬sono venire messi durevolmente in questione, che non pongono alcuna pretesa di decisioni in quanto sono dive¬nuti abitudinari. E inoltre la nostra comprensione recipro¬ca con gli altri nell’ambito di una stessa tradizione è già data senza conflitti. «E’alta cultura – disse Nietzsche una volta – esige che si lascino molte cose non spiegate», esige anche tradizioni che non spieghino se stesse ma che siano rispettate in forza della validità di ciò che è sempre stato così. Ciò rappresenta uno straordinario esonero a cui noi abbiamo rinunciato in cambio del perenne onere portato dal discriminative strain, dalla spinta alla distinzione e alla decisione. E inoltre, solo sulla base di ciò che è divenuto di per sé evidente, abituale, e sottratto alla critica e al con¬trollo, è possibile «sublimare», improvvisare soluzioni ele¬vate o tentare per una volta, in modo pienamente consa¬pevole del peso e del rischio, un esperimento intellettuale o morale. Invece in questo tempo divoratore di tradizioni dobbiamo continuamente inventare soluzioni per l’oggi. Per un essere per sé «non determinato» le tradizioni rien¬trano in primo luogo fra le condizioni fondamentali della salute nervosa, rientrano nell’abc della cultura.
di Arnold Gehlen
in “Prospettive Antropologiche”
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