Nel Pensiero Di F.G.Freda
a cura di Anna K. Valerio
In questi giorni, le linee telefoniche che portano ad Ar avrebbero dovuto essere incandescenti. Tutti a congratularsi per la straordinaria preveggenza con cui il Fronte Nazionale di Freda aveva intuito con quasi vent’anni di anticipo la piega che avrebbe preso la convivenza degli italiani con gli immigrati. Tutti a scusarsi e a dispiacersi per la propria diserzione. Una diserzione non personale: una diserzione dalle necessità più profonde della propria stirpe. Una diserzione dall’intelligenza e dal retto giudizio. Una diserzione perfino da sé stessi (ma gli individualisti difficilmente comprendono che il massimo trionfo dell’io è la consacrazione di quell’io a una giusta causa e la subordinazione di quell’io al giusto signore). Invece, tutti costoro hanno preferito fare finta di niente: fare mostra di stupefazione. Anzi, gli ‘sgamati’ avranno tirato fuori i loro soliti colpi da prestigiatori, le solite ipocrite fughe in avanti: “il male non è il delinquente ma chi lo ha indotto a delinquere, il male è il mondialismo insieme agli altri ‘-ismi’”, e scemenze varie, da parrocchia, condite di categorie mezze freudiane e tutte false. Hanno preferito, soprattutto, i disertori, fare finta che nessuno avesse mai fatto sul serio, che nessuno avesse diagnosticato il ‘mal migratorio’ quando ancora era curabile. Hanno inteso dimenticarsi di essersi dati, chi alle litanie pietistiche, chi all’insofferenza e alla cerca del vario, e chi al fascismo enogastronomico e alle farneticazioni psicosociali e alle nostalgie, mentre il manipolo dei preveggenti (Freda, Ferri e Gaiba) si è fatto pure la galera, per avere, tra gli altri memento, predisposto un volantino di allerta contro le alluvioni degli zingari in Italia. Ora questi disertori e impostori “riposino in pace”, se ci riescono, nelle loro casucce di italiani residui. Ma loro invece parlano e parlano e parlano (per non udire il silenzio tombale dei propri visceri stanchi?…).
Anna K. Valerio
BREVE EXCURSUS STORICO
Il Fronte Nazionale è stato fondato da Franco G. Freda nel 1989-1990. Nei suoi anni di attività ha svolto una azione pedagogica e politica di sensibilizzazione sulle questioni razziali. Nel 1993, il PG di Verona ha intrapreso un’azione penale contro di esso, culminata, dopo numerose stagioni di vicissitudini giudiziari, in una condanna a sei anni di reclusione per il Reggente, e con lo scioglimento del sodalizio, dichiarato fuorilegge dal Consiglio dei Ministri, nel 2000, sulla base della legge Mancino.
Tutte le citazioni che seguono sono tratte da:
F.G. Freda, I lupi azzurri. Documenti del Fronte Nazionale (Ar, 2001)
L’ITALIA NON E’ TERRA D’IMMAGRAZIONE
DA UN MANIFESTO DEL FRONTE NAZIONALE (1991)
“L’immigrazione di stranieri africani e asiatici sta moltiplicando in Italia le tensioni sociali e aggravando i problemi dell’alloggio, della salute pubblica, dell’emarginazione e della delinquenza.
Le aspettative di lavoro degli stranieri immigrati – destinate ad essere deluse, giacché l’Italia è uno Stato-Nazione in cui vivono oltre due milioni di connazionali disoccupati e altrettanti ‘nuovi poveri’ – sono alimentate:
- dai settori produttivi che praticano il lavoro nero;
- dai settori industriali che vogliono comprimere il costo del lavoro, sfruttando la presenza dei nuovi schiavi ed evitando di introdurre la modernizzazione degli impianti nocivi e delle lavorazioni faticose e sgradite;
- dal parassitismo affaristico diffuso (affittuari; produttori, mediatori e procacciatori di merce contraffatta);
- dalle Sinistre alla ricerca di qualsiasi nuovo proletario;
- dalle Chiese alla ricerca di qualsiasi nuovo fedele.
Sono alimentate sopra tutto dalla plutocrazia mondialista, che mira allo sradicamento delle diverse culture e al dirozzamento dei differenti popoli, per produrre un tipo generale subumano, aggregato in una massa mondiale che concepisca la vita come merce da consumare secondo il maligno modello capitalistico.
Opponendosi a questo stravolgimento, il Fronte Nazionale vuole:
1.La chiusura effettiva delle frontiere all’immigrazione extraeuropea.
2.L’espulsione immediata degli stranieri extraeuropei immigrati illegalmente (clandestini).
3.La cancellazione graduale sino all’abrogazione totale della cd. “legge Martelli” e il rimpatrio di tutti gli stranieri extraeuropei immigrati il cui soggiorno in Italia risulta finora consentito dalla stessa.
4.La revoca della cittadinanza italiana a tutti gli extraeuropei immigrati che l’abbiano ottenuta a partir dal 1970.
5.La concessione, a tempo determinato, dello statuto di ‘lavorante ospite’ agli stranieri europei extracomunitari, applicando il contingentamento della loro presenza su base comunale (non su base nazionale), limitato al 2% del complesso della forza-lavoro locale.
6.L’imposizione, ai datori di lavoro che richiedano mano d’opera da Paesi europei extracomunitari, di provvedere alla sistemazione abitativa dei ‘lavoratori ospiti’.
7.L’effettuazione di severi controlli sanitari alle frontiere nazionali.
8.L’istituzione di centri culturali destinati agli stranieri europei extracomunitari, per contribuire a preservarne costumi, tradizioni, religiosità specifiche durante il soggiorno in Italia.
9.Lo svolgimento di una organica politica di equa cooperazione interrazziale, mirante a prevenire l’emigrazione dai territori extraeuropei, attraverso soluzioni economiche fondate sulle risorse e sui bisogni primari dei loro popoli – osservando regole conformi alle loro tradizioni e rispettando esigenze estranee allo sfruttamento plutocratico.
A ciascun popolo:
la propria terra
le proprie risorse
la propria dignità etnica.
…
DAI DISCORSI DEL REGGENTE DEL FRONTE NAZIONALE(1990-1993):
“La razza riveste oggi il significato di centro di emanazione di una idea efficace a radicare e fissare tutto ciò che nell’universo sfugge, reimprimendogli una individuazione, una forma, e allontanando, con progressione continua, le energie caotiche ai margini della realtà umana.
La razza assume la funzione di estremo baluardo di resistenza contro l’aggressione dell’individualismo, del razionalismo, del cosmopolitismo, dello storicismo progressista, ossia della coesione di forze che tendono alla indifferenziazione generale.
[...]
Per noi razzisti non un nulla fonda l’essere uomo, ma verità connaturate e intrinseche reggono la sua anima. Sono qualità che non si acquistano nel corso della vita ma che si riconoscono, si sperimentano e si potenziano con la vita mediante la loro continua evocazione.
[...]
La varietà delle culture va ricondotta alla varietà delle razze e delle etnie. Occorre allora affinare lo sguardo sul piano storico, per estrarre dalle varie figure del paesaggio storico le anime razziali che le hanno foggiate. E impiegare questo affinamento sopra tutto per cogliere entro di sé, mediante le diverse reazioni, i tratti rivelatori di quell’impasto razziale ed etnico da cui ciascun uomo risulta composto. Infine, occorre scomporre questo amalgama nei suoi elementi costitutivi, per raccogliere la nostra volontà di scelta intorno all’elemento vivificatore superiore, potenziarlo e isterilire gli elementi che gli si oppongano.
[...]
Razzismo significa non disprezzo delle altre razze ma fedeltà alla propria razza, riconoscimento della specifica forma di vita che la segna, rispetto di tutti i nessi, interiori ed esteriori, superiori e inferiori che la ordinano.”
……..
Sulla questione migratoria e l’azione del Fronte Nazionale si leggano almeno:
Franco G. Freda, L’albero e le radici (Ar, 1996)
Franco G. Freda, I lupi azzurri. Documenti del Fronte Nazionale (Ar, 2001)
“Non dire che sei razzista, sennò…”
“Non dire che sei razzista, sennò finisci in galera.” Così – mi hanno riferito – parlò una seppia (Freda era uso rivolgere tale appellativo ai giornalisti che spandevano inchiostro sulle sue ‘res gestae’) virtuale.
Ma se avessimo da decidere la nostra vita a partire dallo spauracchio della galera staremmo tutti a intonare il belato democratico, a ’scurdare ‘o passato’ pre ‘45, a piegarci ad angolo retto di fronte alle ‘magnifiche sorti e progressive’. Invece, dello spauracchio della galera, dei tabù democratici, del vivere cauto, degli usi mediocri, ce ne ‘freghiamo’ bellamente. Non per scelta: siamo nati così. E’ inscritta nel nostro sangue la distanza, il distacco, la diversità dall’animale da mandria, e la nostra opzione ideologica non è che una spontanea conseguenza di tale carattere (anche in ciò siamo razzisti: e biologisti, per giunta). E se c’è da finire in collegio si va pure in collegio, se c’è da correre rischi si corrono rischi. Che sarà mai l’angustia del chiostro rispetto alle angustie di un’anima serva, di un cuore supino? E che sarà una disavventura individuale rispetto allo sfiguramento terribile che minaccia la nostra stirpe? L’impersonalità non è suicidio. La decenza non è demenza. La fedeltà non è follia.
Quello che con perifrasi ipocrita chiamano ‘lo scontro tra culture’, oppure ‘lo scontro tra civiltà’, è e resta, e non lo si ripeterà mai abbastanza, l’urgenza capitale di oggi: gli altri argomenti dell’agenda politica sono minuzie. Di ciò occorre essere consapevoli almeno per agire sul piano interiore, del portamento, ove quello esteriore, per penuria di uomini e mezzi, fosse precluso. Per rimanere ‘nel solco del gigante di Sils-Maria, di Licurgo e di Manu. Contro Ulisse e per Achille.’ (Salvatore G. Verde)
La razza
La razza non è una deduzione scientifica, come non lo è la bellezza del Partenone, della colonna dorica, del nodoso tronco di quercia, dei bagliori del sole sulla roccia e, fluidi, trascorrenti, imprecisi, sull’onda. Razza è una delle parole intime dell’anima; è una delle esigenze rivelatrici dello spirito. E’, in noi, in misura varia, istinto e presagio o desiderio, come ogni fenomeno di bellezza (chi può spiegarlo? Chi può provarlo? Chi può circoscriverlo? Chi può opporglisi?), come ogni rito della Forma, giocatrice più fine degli umani.
La razza: necessità e vanto e mistero, come l’onore, come lo stile. La razza è dir di sì, è regola morfologica, è schiettezza (disinteressata attenzione), è gentilezza (libero riconoscere il giusto, l’essenziale).
Che rispettarla implichi la disponibilità alla guerra è una fatalità, non una obiezione (né un crimine). Che l’assalto del caos, del no, dell’indistinto rimandi a una reazione uguale e contraria è tragedia e ventura suprema dell’umano.
Quando nacque, la razza? – chiedono i moderni, i dimentichi. E l’ordine delle stagioni? E la “Primavera” del Botticelli? Dai suoi ricci ritorti sulla fronte o dalla cascata di roselline dove osa l’incedere, impalpabile, con cui passa in rivista il bosco? Dal polpastrello dell’artista o dalle labbra di un suo avo bevitore o addetto alla liturgia della forca? Da quali evi scaturisce l’estro dell’artista? Dalla sua personale vita o da retaggi inscritti nel sangue della sua stirpe?
Dei sacri misteri, dei riti, dei miti, anche di quelli genealogici, non si chieda con vacua insolenza la dimostrazione. “La verità non si può dimostrare: si può solo [pudicamente] mostrare”.
di Anna K. Valerio
www.cultrura.net
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