I sapienti magnifici (note su “La filosofia nell’epoca tragica dei Greci”)

Principium aristocratiae. Chi è nel diritto di dire più perfettamente io? Chi è l’uomo dall’egoismo magnanimo, dall’inventiva generosa, dalla potenza piena di grazia? Ebbene, a costui spetterà – secondo Nietzsche – la facoltà di imporre il proprio genio sul fluire dello scibile: di volerne creare, o divinare, o fantasticare un senso. Di porsi di fronte al divenire e inspirarlo, con un atto di decisione imperativa che lo riassuma e lo ordini, ed espirarne l’aroma, consentendone l’interpretazione umana. Giacché non c’è altro criterio, impersonale e oggettivo, nessuna regola matematica a garantire una sapienza, nessuna scienza che sappia la vita. Possiamo perfino dire che non c’è mondo fuori del genio umano, trascurando di considerare esistente la semplice terra, l’umile pezzo di legno o la pietra battuta da un temporale. Volendo filosofare, chiedendo sapienza, non dobbiamo cercare l’oggetto ma il soggetto. Non la verità positivisticamente data, ma il maestro che la colga e suggerisca: il genio incomune, la mente più limpida e lucida, l’animo più vocato alla grandezza. Il più magnifico essente e vivente saprà dire del significato del vivere e dell’essere. Questa radice, che può essere oscena e insolente come può essere eroica – io -: ecco il principium individuationis della conoscenza, sentenzia Nietzsche nelle pagine per cui risale all’aurora della filosofia occidentale.
Chi erano Talete, Anassimandro, Eraclito? Docili pastori del meccanicismo di un essere matematicamente postulato? Supini notai dell’esistenza, della realtà del sasso? Anzi: erano quasi i forgiatori e i garanti dell’essere, gli orecchi che sapevano cogliere, e i cuori sensitivi che sapevano tradurre, la musica delle sfere. Senza di loro: l’insensata vacuità della superstizione scientifica e il silenzio, il buio della vita. Attraverso di loro: l’ordine, e la verità fatta carne, provata dallo splendore, non verificata attraverso lo svolgimento di una concatenazione matematica. La verità magnifica (il “grande stile” della verità) e inesauribile: un flusso di linfa che innerva l’uomo e il mondo ritornando a volte all’uomo – non a ciascuno, non sempre: come vuole la Moira, Dea imprevedibile più di ogni femmina – per farsi osare e cantare. Non la verità prigioniera di un sillogismo. La verità imperativa e, ossimoricamente, arbitaria. Non la verità uguale per tutti, suprema contraddizione dei canoni della vita. Si osservi Eraclito: “Il Dio è giorno e notte, inverno estate, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi”. Una vertigine che spaventerebbe l’uomo comune, il passante della Storia. Ed Eraclito dice: questa è l’ebbrezza, questo il suono, il fuoco intimo della vita: placet: fiat.
Il pensare ‘sensibile’, ‘tattile’, ‘personale’, ‘vitale’ degli Elleni di contro al pensato razionale, astratto, evanescente come gli umori distillati dai moderni. Gli antichi Elleni riconducevano l’essere mentale alla sua fonte, al divenire, al flusso effettuale dell’agire ‘individuale’, concreto, alla purezza dell’originario, dell’incomunicabile.In principio, la filosofia fu tripudio abbacinante, gloria del sapere (più Pindaro che Hegel, più Omero che Descartes). Tramontata la sua aurora, divenne almanacco degli zelanti e pretesto dei languenti. La sapienza dovette allora fuggire dagli studi e dalle biblioteche per dare confidenza ai guerrieri. Ecco l’età del ferro: la sapienza indotta a cantare solo dove, tra il genio e il mondo, “si incrociano le spade”.

14 aprile 2008

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